“Restituite le due Simone!” Agli
arabi.
L’Intellettuale Inorganico: siamo tutti contenti per
come è finita l’odissea delle due italiane. Il Paese per loro è
stato tutto unito e si è mobilitato come per nessun altro. Ma, dopo
averle conosciute, l’incantesimo si è rotto…
Ora che sono tornate libere
e con la testa ben salda sul collo, posso dirlo senza problemi: a me le due
Simone non sono mai piaciute. Una forte antipatia a pelle mi ha preso fin
da subito, dal primo giorno cioè che abbiamo saputo di loro e sono
entrate nelle nostre case senza bussare. Hanno preso in ostaggio l'Italia
intera, ci hanno obbligato a parlarne, preoccuparci, ammirarle senza possibilità
di scegliere e dubitare. Troppi punti a favore loro e a sfavore dei soliti
beceri malintenzionati: erano donne, pacifiste, volontarie, a rischio decapitazione,
nemiche degli eserciti invasori. Si è parlato persino di ritrovata
unità nazionale per il loro caso; tanta altra gente è stata
invece sgozzata come un animale senza neanche un rimpianto, una lacrima.
E pensare che io, ficcanaso impenitente, oltre
a considerarle odiose, avevo anche osato pensare: “Ma queste due quando fanno
le volontarie? Tra un ciak e l'altro, immagino, visto che per settimane abbiamo
potuto apprezzare sui telegiornali lo sterminato repertorio audiovisivo del
loro eroismo filantropico. Ma che bizzarria è mai questa che bisogna
prodigarsi in quei posti lontani dove è in corso una guerra che non
si condivide? Qual è la guerra giusta per le due Simone? Quella dei
terroristi iracheni contro gli americani? Il marine invece lo farebbero crepare?
Mah!” .
Sarò pure uno sporco reazionario, ma penso
che, arrivate a una certa età, ragazze come queste due dovrebbero
pensare a mettere su famiglia e levarsi certi grilli dalla testa; fare del
bene è un dovere per tutti ma lo si può fare benissimo anche
al vicino di casa che ne avrà senz'altro bisogno. E non rischiano
così di fare altri danni. Per le missioni di carità pura e
semplice, le nostre due amiche non sono tagliate; servono persone, uomini
e donne, di poche parole, prudenti, disinteressate, che non sentano il bisogno
di giudicare la guerra né farsi inquadrare da telecamere. Altra gente,
altra stoffa.
Se durante la loro scomparsa, le due Simone mi
stavano sulle scatole, quando le ho viste impazzare su tv e giornali, ho
incominciato a detestarle. Puntuali come un orologio svizzero, non hanno
perso un minuto: non possiamo vivere senza l'Iraq (e, sottinteso, l'Iraq
non può andare avanti senza di noi), brava gente i nostri rapitori,
yankees go home...E per quelli che si sono spesi (e hanno speso) per liberarle,
i ringraziamenti sono stati distillati con l'arroganza di chi pretende a
sua volta di essere ringraziato e di chi si arroga il diritto di dividere
il mondo tra i buoni e i cattivi. Speravo in cuor mio che giurassero di non
entrare mai in politica, né nelle liste di un partito né come
indipendenti di sinistra: speranza vana, che ingenuo che sono!
In tutta questa vicenda, l'unica parola sensata
l'ha detta il padre di una delle due: tornare in Iraq sarebbe un'offesa verso
chi si è adoperato per loro. Apriti cielo! Potevano le nostre due
eroine perdere l'occasione per improvvisare una gag di scontro generazionale
e aggiungere così un tassello al loro cliché sessantottino?
Siamo pacifiste, non femminucce imbranate che ascoltano i consigli di mamma
e papà! La nostra casa è l'Iraq, il mondo musulmano, mica la
nostra famiglia!
Ma la cosa che mi ha più disgustato è
stato il racconto del pentimento dei rapitori. Dio perdona tante cose per
un'opera di misericordia! E sono sicuro che mi darà la forza per farlo
anche con queste due signorine e con tutti quelli che dei nostri valori (e
con “nostri” intendo cristiani, occidentali) fanno brandelli, negandone le
origini, la specificità, la conquista sia pur non priva di difficoltà
e contraddizioni. Il perdono dei rapitori delle due Simone mi ha fatto subito
tornare in mente un editoriale di Adriano Sofri sul massacro dei guerriglieri
ceceni e delle cosiddette “vedove nere” (e purtroppo anche di tanti altri
malcapitati) nel teatro di Mosca un paio di anni fa. Sofri chiudeva all'incirca
così: “...e poi mi piace pensare che quelle donne si siano fatte ammazzare
dai russi piuttosto che farsi esplodere insieme a tante altre vittime innocenti...”.
Il martirio di Sofri come il perdono delle due Simone, la santità
come il terrorismo: scempio è fatto. E, se il buon Sofri volesse verificare
il suo romantico wishfull thinking, vada a chiedere ai bambini della scuola
in Ossezia inseguiti dalle vedove nere per fare un bel botto insieme. Ma
forse è meglio di no: vietato turbare il sonno dei sognatori pacifisti.
L'Intellettuale Inorganico