Il rischio da evitare



di Sergio Romano Corriere della Sera 5 marzo 2005

Una donna liberata, un agente dei servizi ucciso mentre cercava di proteggerla, un altro seriamente ferito: nel tragico bilancio del rapimento e della liberazione di Giuliana Sgrena molto è oscuro, e tale rimarrà probabilmente per parecchio tempo. Non conosciamo l'identità dei rapitori e le loro motivazioni. Non sappiamo se e quanto denaro sia stato pagato per la liberazione. E abbiamo idee molto confuse sulle ragioni per cui l'automobile della giornalista italiana sia finita sotto il fuoco delle truppe americane. Ma possiamo, con i fatti di cui disponiamo e qualche supposizione, tentare una prima analisi degli avvenimenti.
Come ogni ostaggio anche Giuliana Sgrena è stata usata. I suoi rapitori hanno compreso subito che la preda era particolarmente preziosa. Era una donna, quindi capace di suscitare la compassione e le emozioni della pubblica opinione. Era una giornalista, quindi utile per garantire all'avvenimento la massima risonanza possibile. Era corrispondente di un giornale pacifista e antiamericano, quindi adatta a mobilitare cortei per la pace e per il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq. Non sappiamo perché sia stata liberata in questo momento. Forse l'attenzione, d'ora in poi, sarebbe andata gradualmente calando. Forse il riscatto (se è stato pagato) era sufficientemente allettante. Forse il cerchio dei militari americani si stava lentamente chiudendo intorno ai rapitori.
È stata usata, paradossalmente, dai suoi stessi simpatizzanti. Sinceramente commossa, ma non indifferente alle ripercussioni politiche dell'avvenimento, una certa sinistra ha trasformato la pietà del Paese in dimostrazioni per la pace e quindi per il ritiro degli italiani. Sapeva che avrebbe avuto un largo seguito, che avrebbe trascinato con sé anche gli elementi più moderati del centrosinistra (Rutelli fu tra i pochi, se non sbaglio, che rifiutò di dare una mano a questo disegno) e, soprattutto, che il governo non avrebbe osato contraddirla e ostacolarla.
È stata vittima infine delle forze americane. Attenzione, non conosciamo la reale dinamica della sparatoria sulla strada dell’aeroporto e non sappiamo quale parte le intenzioni o gli errori e il caso abbiano avuto nell'attacco all'auto su cui la Sgrena viaggiava. Ma tragica sequenza dei fatti ha voluto che l’inviata de il manifesto fosse colpita, nell'ultima fase della vicenda, proprio da coloro che avrebbero dovuto proteggerla e liberarla.
Queste sono considerazioni provvisorie, fondate sulle poche cose che i protagonisti hanno rivelato, e soggette, se necessario, a doverose revisioni. Ma suggeriscono sin d'ora una speranza. Ci farebbe piacere che Giuliana Sgrena non fosse più una pedina negli scontri tra maggioranza e opposizione. Chi è contrario alla guerra e favorevole al ritiro delle truppe ha il diritto di restare fedele alle sue convinzioni. Ma dovrebbe riconoscere che il governo è riuscito a liberare una giornalista italiana in condizioni particolarmente difficili e che non è possibile attribuirgli, se non su un piano astrattamente politico, la responsabilità di ciò che è accaduto nei momenti successivi.
Fomentare una campagna antiamericana e chiedere ora il ritiro delle truppe significa spaccare il Paese in due fazioni ed esibire al mondo un'Italia litigiosa e inaffidabile. Non vorremmo che Giuliana Sgrena, nel momento in cui ritrova la sua libertà, diventasse ostaggio della nostra peggiore politica.



05 marzo 2005