IL TORMENTO DELLA RUSSIA
di Andrea Tani, http://www.paginedidifesa.it
17 maggio 2005

La costellazione ex sovietica continua a riempire i titoli dei giornali e i dossier delle cancellerie. Le celebrazioni di Mosca sulla fine della seconda guerra mondiale hanno visto il susseguirsi di una serie di strappi e controstrappi che mostra il tentativo in atto da parte della Russia di riaffermare la propria statura geopolitica anche e soprattutto attraverso le sue radici storiche, abbandonando qualsiasi pretesa ideologica, e la contemporanea determinazione di quasi tutti gli ex satelliti a smarcarsi da tale pretesa. I medesimi satelliti - tali anche se facenti parte organicamente dell'Urss, come si è visto dalla subitaneità del loro dileguarsi dalla tutela della terza Roma subito dopo la caduta del Muro - non perdono occasione per mettere in luce la natura essenzialmente oppressiva e totalitaria di tale tutela, in qualsiasi versione si fosse espressa nel passato, zarista o bolscevica, nonché la loro ferma determinazione a cercare altrove il contesto di riferimento del loro futuro.

Il presidente Bush ha avuto buon gioco nel celebrare le virtù della democrazia e della libertà di matrice stellata nelle capitali visitate a cavallo delle celebrazioni di Mosca, Riga e Tbilisi - in quella che è stata definita la "diplomazia del sandwich"(con Mosca a fare la parte del prosciutto cotto) - soprattutto perché le folle e i governi che ha incontrato erano ancora più realiste del re, ansiose ed entusiaste di acclamarlo come certamente nessuno in Europa e probabilmente neanche negli Stati Uniti. Si è trattato di un successo di immagine travolgente, che si è immediatamente tradotto in sostanza politica, ancora di più di quanto non fosse in conseguenza di investimenti, aiuti, lobby varie, cooperazioni militari, basi, eccetera. Un successo che ha messo a tacere chi aveva criticato la presenza di un presidente americano a una manifestazione così smaccatamente sciovinista e revanscista come il 9 maggio della Piazza Rossa. Se qualcuno ci ha rimesso dall'operazione che il presidente americano ha portato a termine così brillantemente, non sono certo gli Stati Uniti.

Di fatto, la gran parte della cintura esterna al nucleo russo del disciolto monolito sovietico sembra oggi guardare all'America, più che alla cauta Unione Europea, come suo riferimento e tutore, e questo in gran parte per la carica fortemente ideologizzata in senso liberal-democratico dell'azione politica dell'amministrazione Bush. Con la precedente amministrazione Clinton non era successo, o almeno non in egual misura. E' veramente singolare che oggi gli Stati Uniti mietano successi strategici globali anche in virtù del messaggio della loro leadership sui valori ideali, mentre i loro antichi avversari russi (e anche cinesi), un tempo specialisti della materia, siano costretti ad affidare la difesa delle proprie posizioni alla cruda affermazione di realismi politici tradizionali, bismarkiani e kissingeriani: sfera di influenza, tutela di interessi, equilibrio di potenza, protezione della propria specificità, eccetera.

I medesimi avversari hanno dovuto ricorrere alla storia e alla metafisica, evocando ideologie tramontate e desuete per mascherare la concretezza dei propri interessi, con tutto il carico di contraddizioni e di inattendibilità che una simile operazione ha comportato. L'Europa, per inciso, non riesce a fare né l'una né l'altra cosa: non ha un messaggio ideale che non sia quello del carpe diem, e non è più capace di usare la terminologia appropriata per definire le prosaicità della geopolitica. Il risultato è che la Nuova Europa che progressivamente si infiltra nell'Unione comunitaria, oltre che nella Nato, è molto più filoamericana di qualsiasi altro membro di più antico lignaggio. Ciò si traduce anche in una serie di zeppe a futura memoria che vengono poste negli ingranaggi del processo di unificazione del Vecchio Continente. Con i risultati che si sono visti a proposito dell'Iraq e che si potrebbero ripetere, verosimilmente, se si dovesse arrivare ad altri contrasti importanti fra le due sponde dell'Atlantico.

Queste prospettive sono mitigate dal fatto che sul piano dei rapporti economici le relazioni fra vecchi e nuovi europei sono infinitamente più strette di quelle che possono svilupparsi fra i nuovi Bush-entusiasti e gli Stati Uniti, per evidenti ragioni. E' la Germania il fulcro organico attorno al quale si sviluppa il futuro economico dell'Europa e prima o poi questo si tradurrà in significati diplomatici e strategici. Ma per ora lo slancio ideologico e le preoccupazioni per il risorgere di un revisionismo revanscista dell'ingombrante vicino moscovita prevalgono su ogni altra considerazione. Washington rappresenta la fonte di ispirazione per soddisfare il primo fattore e l'assicurazione sulla vita per tacitare le seconde. Né Berlino né Parigi, tantomeno Bruxelles, sono in grado di competere in un tale ruolo.

Al di là di chi raccoglie il favore dei corposi iceberg che si staccano dal pack russo, è tuttavia indubbio che Mosca non riesce a esercitare la benché minima attrazione - che non sia energetica.- verso i suoi antichi clienti, alcuni dei quali erano tali, fino ai primi anni '90, da oltre tre secoli. Nel giro di pochissimi anni, cinque repubbliche ex sovietiche si sono staccate dalla sua orbita e una sesta (l'Uzbekistan) è in convulsione proprio in queste ore, con esiti che per il momento appaiono incerti. Per il mondo non si tratterà della continuazione di una delle più grandi tragedie geopolitiche del Ventesimo secolo, come sostiene Putin, ma certo per la Russia è difficile trovare un momento altrettanto drammatico e rovinoso nella propria storia.

Nella seconda guerra mondiale morirono, secondo le cifre fornite nelle celebrazioni del 9 maggio, ventisette milioni di russi, quasi il venti per cento della popolazione di allora. Più di quel quindici per cento di polacchi periti che veniva considerato il tragico record del conflitto (se si escludono gli ebrei). La "Rodina", tuttavia, la Patria russa, rimase intatta, anzi aumentò grandemente la sua superficie, importanza e influenza negli affari mondiali. Dalla quinta-sesta posizione nella graduatoria di potenza dell'anteguerra, balzò a una molto credibile seconda posizione mai raggiunta nel corso della storia.

Oggi Mosca è nel G8 solo per il suo residuo potenziale nucleare e per le sue risorse energetiche, per "meriti" che potrebbero essere conferiti a una maxi Corea del Nord che disponesse delle riserve saudite. In termini effettivi di rilevanza non militare (economici, industriali, finanziari, infrastrutturali, demografici, di qualità di vita della popolazione, di affidabilità del sistema, di rappresentatività ed efficacia della leadership…) la Russia può essere collocata forse verso il nono o decimo posto della medesima scala, aggiornata alla complessità dell'oggi.

Raramente si è verificato in passato un simile declassamento, soprattutto senza un evento bellico maggiore che avesse fatto precipitare un collasso di proporzioni continentali. Nessun consesso ufficiale, governo, organizzazione internazionale, ha oggi il coraggio di proclamare apertamente questa verità, per il timore di scatenare una violenta crisi depressiva nel contesto del corpo sociale russo e delle sue élite dirigenziali, che potrebbe portare a esiti catastrofici, data la potenza nucleare della quale entrambi dispongono ancora e la precarietà nella quale si trovano i mezzi relativi: testate e vettori. Senza contare gli sconfinati spazi bi-continentali ancora sotto giurisdizione russa, che potrebbero accendere appetiti ferini nei vicini, in caso di ulteriori aggravamenti della situazione, e le immense risorse di idrocarburi che Mosca controlla, sempre più essenziali a un mondo in crisi di astinenza energetica.

Di fatto, la comunità internazionale cerca di tenere in vita il precario gigante russo e di illuderlo che può continuare a godere del suo antico status imperiale, minimizzando il fatto che continua a perdere pezzi ed energie. Non solo lo illude, ma deve fornirgli in qualche modo forza, determinazione e mezzi per consentirgli di sopravvivere nell'unico modo possibile. Il gioco va avanti, alimentato anche dalle enormi (anche se sporadiche) capacità residue che un popolo di grandi tradizioni e carattere come quello russo conserva nel suo ambito.

Ma sorgono innumerevoli contraddizioni e assurdità, come quella evidenziata negli avvenimenti di queste settimane, che la dirigenza russa vuole riappropriarsi delle sue passate vestigia e pretende di non essere trattato più come una spalla degli Stati Uniti sulla scena strategica internazionale (il "junior partner", ha scritto il Financial Times), alla stregua di un qualsiasi Regno Unito o Giappone, ma come un attore principale, un comprimario. Se non vi fossero i tremendi gravami sopraccennati, si potrebbe evidenziale l'aspetto patetico di una simile pretesa in un contesto nel quale ben altri calibri (Giappone, Germania, Francia, gli stessi Stati Uniti) sono in forti ambasce a sostenere la rinascita - questa sì, autentica - dei colossi asiatici, un fenomeno che imporrà altri e ben più vasti rimescolamenti di carte su scala planetaria.

Ma nessuno può farlo apertamente. Continua quindi questa pantomima, questo gioco delle parti, del quale è veramente difficile ipotizzare un esito, soprattutto per la indisponibilità del popolo russo a riconoscere il suo attuale destino senza smarrimenti esiziali. Lo hanno fatto altri popoli prima di quello russo, si pensi a quello tedesco, che aveva anch'esso un'immensa opinone di sé, persino superiore a quella dei suoi vicini e competitori orientali. Ma è accaduto sempre dopo traumi violenti, una guerra persa in genere, che hanno azzerato percezioni e sicurezze. Non si è mai verificato un crollo così subitaneo e incruento come quello che ha colpito l'Urss e questo non potrà non avere conseguenze importanti.

A un recente convegno fra parlamentari russi e italiani, avvenuto a Lerici la settimana scorsa, un autorevole esperto ha auspicato che l'Occidente eviti che in Russia si instauri una sindrome di Weimar, pena le disgrazie che si possono immaginare. Verrebbe da pensare che "magari" si trattasse solo di questo. Tutto sommato, Hitler e il nazismo non hanno rappresentato l'esito inevitabile di Weimar. Gli storici dibattono, ma poteva andare diversamente, in modo molto assai meno drammatico, anche se molti contemporanei erano pessimisti sin da Versailles. La Germania aveva perso una guerra, era del tutto consapevole di questo pur in mezzo a molte ambiguità. Aveva avuto un milione e mezzo di giovani caduti, più di Francia, Gran Bretagna e Italia, in proporzione. Il trauma catartico si era consumato e Weimar voleva dire comunque una Germania sempre forte e intatta, anche se militarmente ridimensionata.

Nel caso russo di oggi il crollo è stato molto più drastico e radicale e soprattutto a freddo. La gran parte della popolazione non comprende ancora perché sia avvenuto. Se non succede qualche miracolo e la saggezza atavica russa non prende il sopravvento - cosa peraltro possibile, i russi nella storia si sono dimostrati molto più assennati dei tedeschi - il futuro sembra veramente inquietante, qualsiasi cosa possa fare chiunque, amico o nemico.