LA SITUAZIONE IN IRAQ
La situazione in Iraq offre pochi dati di base. Gli Stati Uniti, con
un Blitzkrieg, hanno deposto Saddam. Anche se sono rimasti sul territorio
oltre centomila militari americani il governo del paese è passato
agli iracheni. I poliziotti locali dovrebbero assicurare l'ordine ma il paese
è tormentato da una serie di gravi attentati, spesso rivolti contro
le istituzioni e la stessa polizia irachena.
Questi scarni dati consentono alcune analisi.
Finché l'amministrazione è stata affidata all'esercito vincitore
un attentato terroristico contro gli americani poteva trovare la sua spiegazione:
l'Iraq agli iracheni. Poteva non importare che gli invasori fossero umani
e benevoli: i patrioti lombardi dell'Ottocento sono arrivati a dire "Noi
non vogliamo che l'Austria diventi più buona. Vogliamo che se ne vada".
Ma oggi l'esercito americano è divenuto quasi invisibile, è
ansioso d'andarsene e in totale non costituisce un obiettivo raggiungibile.
Visto che la stragrande maggioranza dei morti
è oggi di nazionalità irachena, si possono dimenticare gli
americani: il fenomeno è sostanzialmente nazionale. Ma perché
mai degli iracheni attaccano altri iracheni? Sapendo che questo Stato è
composito e che i suoi gruppi principali sono gli sciiti e i sunniti, il terrorismo
avrebbe un senso se fosse diretto contro uno dei due gruppi, risparmiando
l'altro: si potrebbe a quel punto pensare che i terroristi appartengono al
gruppo risparmiato. Ma - anche se esiste una prevalenza di terroristi sunniti
- così non è. Questa guerra non sembra essere una guerra di
religione e il terrorismo colpisce ovunque.
Si potrebbe pensare che il terrorismo fomenti, con
la caduta dell'attuale governo, una guerra civile. Ma anche questa ipotesi
è discutibile.
I kurdi non hanno ambizioni a sud della loro regione
e sono contenti dell'autonomia finalmente conquistata.
I sunniti, essendo meno numerosi degli sciiti, ed
essendo stati "viziati" dal potere saddamita, non hanno interesse ad una
guerra civile, che vedrebbe probabilmente prevalere, con propositi di rivincita,
il gruppo più numeroso. Mentre oggi, con la nuova costituzione, essi
possono almeno aspirare ad un regime di parità.
Gli sciiti potrebbero avere interesse ad una guerra
civile, riuscendo finalmente a conquistare quel potere che, numericamente,
toccherebbe a loro. Ma, di fatto, la maggior parte degli attentati ha luogo
nel cosiddetto "triangolo sunnita" (ex-feudo di Saddam) e non contro la popolazione
sunnita, come avverrebbe se fosse una guerra tribale. E i terroristi
si accaniscono contro il nuovo governo e le sue emanazioni: le autorità
d'ogni genere e soprattutto la polizia. Neanche questa ipotesi è plausibile.
Forse si può dedurre qualcosa non
dagli autori del terrorismo ma dallo scopo manifesto della loro attività:
cioè la volontà d'impedire la nascita d'una democrazia di tipo
vagamente europeo. In questo caso il terrorismo sarebbe - come del resto cerca
d'apparire, per esempio quando ammazza innocenti ostaggi - una frangia del
fanatismo musulmano. Sarebbe la classica lotta dei fautori della teocrazia
contro la nascita d'un governo laico e multiconfessionale. Ma anche questo
scopo lascia perplessi. L'Iraq infatti è stato per decenni invitato
a considerare se stesso uno Stato moderno: il partito Baath (fino all'ultima
piroetta di Saddam, fotografato in ginocchio a pregare Allah per fini puramente
politici) era laico e socialista. Inoltre, dal punto di vista religioso, l'Iraq
è spaccato. I sunniti non gradirebbero un governo sciita di modello
iranico, né gli sciiti sarebbero lieti di veder perpetuare la dominazione
sunnita sotto forma di teocrazia. Per non parlare dei kurdi che sarebbero
scontenti sia dell‚una sia dell'altra soluzione.
In Iraq poi l'intelligencija non propende
per la teocrazia, come dimostra la fioritura delle decine di giornali politici
nati dopo la caduta di Saddam. I capi religiosi sono influenti ma scoraggiano
il terrorismo piuttosto che incoraggiarlo. Dunque una lotta contro lo Stato
laico in quanto tale - ministri, alti dirigenti, polizia, popolazione civile
- è difficile da capire. I Carbonari potevano sperare che l'Austria
"se ne andasse" nel senso che gli austriaci potevano tornarsene in Austria.
I terroristi israeliani volevano che gli inglesi se ne andassero dalla Palestina,
come gli algerini volevano costringere i francesi a lasciare l'Algeria. Ma
quando si tratta di un terrorismo rivolto a nazioni che non hanno scelta,
che non hanno dove andare, il terrorismo sembra assurdo. In Israele solo
un esercito vincitore che sterminasse tutti e cinque i milioni di israeliani
conseguirebbe lo scopo del terrorismo palestinese. Il terrorismo in quanto
tale e da solo, anche se durasse cent'anni, non otterrebbe nulla. Israele
non ha soluzioni di ricambio.
Il terrorismo iracheno usa gli stessi metodi
selvaggi sperimentati in Palestina ma proprio in Israele esso è stato
largamente contenuto. Ciò dimostra che il terrorismo, pur ineliminabile,
non è tuttavia invincibile. In generale esso può conseguire
un risultato se riesce a tirare dalla propria parte la popolazione, la polizia,
l'esercito, per infine innescare una rivoluzione e rovesciare il governo.
Ma è ammazzando i poliziotti che si ottiene il loro appoggio? In realtà
in Iraq s'indurrà la polizia a moltiplicare gli sforzi nella lotta
al terrorismo. Lotta che del resto potrebbe essere favorita da alcune circostanze.
In primo luogo la polizia, non essendo
americana ed essendo inserita nel territorio, è nelle condizioni migliori
per usare la cosiddetta humint (human intelligence, spionaggio trazionale).
In secondo luogo, essa sarà spronata al massimo grado dal pericolo
corso personalmente e dalla morte dei commilitoni. Infine, per tradizione,
essa non userà i metodi delle democrazie mature: cosa triste, certo,
ma tremendamente efficace. Non è certo consigliabile cadere nelle
sue mani essendo sospettati d'aver ucciso dei poliziotti se perfino nella
mite Italia l'assassino d'un carabiniere è rimasto libero (e vivo)
solo un paio di settimane.
La conclusione è incerta. In un
simile mare di dubbi, si può solo azzardare che, visto che la maggior
parte delle strade esaminate si rivelano vicoli senza uscita, tutto si risolverà
in una guerra d'usura. Se, a poco a poco, il governo riuscirà a diminuire
il numero degli attentati e ad aumentare il numero degli arresti, il paese
si avvierà verso la normalità. Se non ne sarà
capace, è difficile fare previsioni. Salvo una: quell'infelice popolazione
non avrà finito di soffrire.
Gianni Pardo, 6 agosto 2004.