Terroristi: figli nostri?
Afghanistan 1980: non è vero che furono
gli USA, per sostenere la resistenza antisovietica, ad allevare Osama bin
Laden e Al Qa‘ida
di Massimo Introvigne
Nel dicembre 2001 un collega americano, uscendo
con me dall’Università di Copenaghen, fu fermato dalla polizia. Nevicava,
e si era messo un tipico copricapo afghano. Nel clima del dopo 11 settembre,
la polizia lo aveva scambiato per un talebano o un terrorista. Il poveretto
ci mise qualche ora a spiegarsi: buon patriota e anticomunista, aveva comprato
il cappello molti anni prima a una vendita di solidarietà con la resistenza
anti-sovietica. Nel 2001 la scusa era buona per evitare la prigione, ma non
gli sguardi ironici dell’ultimo piantone danese, pronto a prendersi gioco
degli sciocchi cowboy americani che, per il loro anticomunismo maniacale,
avevano covato il terrorismo di Bin Laden come la chioccia cova i pulcini.
Lo confesso: anch’io ho partecipato a qualche manifestazione a favore della
«resistenza dimenticata» nell’Afghanistan occupato dai sovietici.
Ho aiutato Al Qa’ida? Una ricognizione storica sembra, come al solito, necessaria.
L’Afghanistan – i cui confini attuali derivano dal «grande gioco»
fra Russia zarista e Gran Bretagna nel secolo XIX – ha come principale ricchezza
la posizione geografica e il suo essere «strada»: per le merci,
per i pellegrini verso la Mecca e oggi per il petrolio e il gas naturale
dell’Asia Centrale. Percorsa da eserciti invasori di tutti i tipi, la strada
afghana ha dato origine a un paese etnicamente composito, dove alla maggioranza
pashtun (che ha il suo centro a Kandahar, nel Sud), musulmana sunnita, si
contrappongono le minoranze uzbeke e tagike nel Nord e Nord-Est (pure sunnite,
ma con forti influenze sufi), hazara al Centro (di lingua persiana e sciita),
dari a Ovest (persiana di lingua ma sunnita), per non parlare di un’ampia
serie di minoranze più piccole (fra cui una ismailita). Al di sotto
dell’etnia si collocano le tribù, spesso in lotta fra loro, come avviene
all’interno dei pashtun fra i durrani (la cui capitale tradizionale è
Kandahar) e i ghilzai (più numerosi nella zona di Kabul, che pure
è città a sua volta etnicamente composita). Il padre della
monarchia afghana moderna è il re Ahmad Shah (1722-1772), da molti
ancor oggi venerato come un santo: un pio pashtun della tribù durrani
che avvia la tradizione afghana di lasciare ampie possibilità di autogoverno
alle minoranze interne ricevendone in cambio sostegno contro i nemici esterni.
Fra alti e bassi, questa tradizione – legata a un islam tollerante di matrice
sufi – continua fino al regno di Mohammad Zahir Shah (1914-), re dal 1933
al 1973.
Zahir – un pio musulmano – è rovesciato nel 1973 dal cugino Mohammad
Daud (1909-1978), che cerca d’introdurre nel paese una forma di nazionalismo
laico. è avversato da una parte dai fondamentalisti islamici sostenuti
dal Pakistan, dall’altra dai comunisti leali alla vicina Unione Sovietica,
peraltro divisi fra le correnti Khalq («Masse») e Parchan («Bandiera»).
L’opposizione fondamentalista a Daud è guidata – dal Pakistan, che
avrà sempre un ruolo cruciale – da tre dirigenti: Burhanuddin Rabbani
(1940-), Ahmad Shah Massud (1953-2001) e Gulbuddin Hikmatyar (1947-). Negli
anni 1970 è già chiara la distinzione fra un islam conservatore
ma non fondamentalista, un fondamentalismo «neo-tradizionalista»,
ostile al terrorismo, e un ultra-fondamentalismo radicale che odia l’Occidente
e non rifugge dagli attentati. Massud incarna (all’afghana) l’islam conservatore,
Rabbani il fondamentalismo neo-tradizionalista e Hikmatyar quello radicale.
Daud cerca di governare venendo a patti con la fazione comunista Parchan
di Babrak Karmal (1929-1996), ma nel 1978 è ucciso da una rivolta
guidata dalla corrente Khalq. Quest’ultima non riesce a controllare il paese,
scosso dalle rivolte degli anticomunisti e delle minoranze etniche: nel 1979
l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan, fa uccidere il presidente Khalq,
Hafizullah Amin (1929-1979), e installa al suo posto Karmal.
Nei successivi dieci anni, al prezzo di un milione e mezzo di morti, la composita
alleanza dei mujaheddin («combattenti») – che comprende islamici
conservatori, fondamentalisti «neo-tradizionalisti», fondamentalisti
radicali e minoranze etniche –, con l’aiuto del Pakistan e degli Stati Uniti,
scaccia i sovietici dal paese, e nel 1992 abbatte il regime comunista di
Najibullah (1947-1996), succeduto a Karmal nel 1986. Le origini del movimento
di Osama bin Laden risalgono a questa guerra afghana contro l’invasore sovietico,
e in particolare già al 1982 quando l’ISI (Inter-Service Intelligence),
il servizio segreto pakistano, diretto dal generale Hameed Gul – un fondamentalista
neo-tradizionalista, ma amico di molti radicali – lancia l’idea di una «brigata
internazionale islamica» per combattere i comunisti. «Stiamo
combattendo un jihad e questa sarà la prima brigata internazionale
islamica dell’era moderna», dichiara il generale: «I comunisti
hanno le loro brigate internazionali, l’Occidente ha la NATO, perché
i musulmani non dovrebbero unirsi e formare un fronte comune?».
C’era un giovane miliardario
Il governo pakistano incoraggia l’iniziativa, sia perché alimenta
i suoi sogni di egemonia regionale, sia perché già immagina
che la «brigata internazionale islamica» potrà dare una
mano alla guerriglia filo-pakistana nel Kashmir indiano. Fuori del Pakistan,
l’iniziativa non suscita immediati consensi. Gul riesce tuttavia a convincere
l’Istakhbarat, il servizio segreto saudita, guidato dal principe Turki bin
Faisal, che si tratta di un’idea utile per far sfogare all’estero, in Afghanistan,
estremisti sauditi che diversamente s’interesserebbero pericolosamente di
politica interna. Sotto gli auspici dell’ISI è aperto un ufficio a
Peshawar, che nel 1984 diventa il Makhtab al Khidmat (MAK, «Centro
di servizi»). Fin dal 1982 si era trasferito a Peshawar Osama bin Laden
(1957-), un miliardario saudita venticinquenne che dal 1980 svolgeva attività
di «corriere» trasportando in Pakistan donazioni di ricchi sauditi
a diverse fazioni della resistenza anti-sovietica afghana.
All’Università Re Abdul Aziz di Jeddah, dove perseguiva un titolo
accademico in amministrazione aziendale, Osama aveva incontrato il suo maestro
spirituale, Abdullah Azzam (1941-1989), un giordano che si era staccato dai
Fratelli Musulmani per propugnare un radicalismo islamico con forti tinte
millenariste. A partire dal 1979, Azzam alterna l’attività accademica
con quella di guerrigliero in Afghanistan: un’avventura per cui recluta diversi
suoi studenti, fra cui Osama bin Laden. Nel 1984 Azzam (che sarà ucciso
nel 1989, forse dallo stesso Bin Laden cui ormai darà ombra) diventa
il direttore del MAK di Peshawar, e il ricco Osama non solo lo sostiene economicamente
ma s’impegna in ambiziosi progetti di costruzione nelle zone dell’Afghanistan
controllate dalla resistenza. Il MAK riceverà e instraderà
in Afghanistan nei dieci anni 1982-1992 35.000 volontari di 45 paesi. In
Pakistan i volontari sono chiamati «arabi afghani», benché
non ci sia fra loro neppure un afghano e gli arabi siano in minoranza. Più
tardi il MAK si chiamerà Al Qa‘ida («la base») e userà
gli «arabi afghani» per il progetto di Osama di costruire un
terrorismo globale.
Il MAK non è affatto un progetto «americano», anzi, la
CIA guarda l’intera operazione con sospetto. Solo nel 1986 il suo direttore
William Casey autorizza il sostegno alla brigata internazionale islamica,
che rimarrà peraltro sempre indiretto. La CIA non addestrerà
mai la brigata internazionale (né, quindi, Bin Laden), ma darà
il suo placet a che addestramento e aiuto siano forniti dai servizi pakistani.
Casey si rende conto della possibilità che gli «arabi afghani»,
oltre a lottare contro i sovietici, possano rivelarsi un elemento di destabilizzazione
dei paesi da cui provengono. I motivi della sua decisione sono sostanzialmente
tre. Da una parte, vuole compiacere i servizi pakistani e sauditi, alleati
degli Stati Uniti nella regione. In secondo luogo, intende impedire una saldatura
fra la «brigata internazionale islamica» e l’Iran, che all’epoca
gli Stati Uniti considerano il principale e più pericoloso «Stato
canaglia» nella regione. Infine, pensa che la «brigata internazionale
islamica», assai meglio addestrata di altri reparti della resistenza,
possa dare un colpo decisivo all’Unione Sovietica, con conseguenze non solo
in Afghanistan ma anche in Europa. L’ascoltato politologo Zbigniew Brzezinski
si chiede retoricamente, dopo i primi successi talebani: «Che cos’è
più importante in una visione globale della storia? I talebani o la
caduta dell’impero sovietico? Aver eccitato un po’ di musulmani, o la liberazione
dell’Europa Centrale e la fine della Guerra fredda?». Naturalmente,
dopo l’11 settembre 2001, queste parole assumono un suono sinistro, e i calcoli
che i vari Brzesinski avevano fatto nel 1986 sembrano ampiamente sbagliati.
Ma in Afghanistan il più rispettato dei comandanti, protagonista di
una vera e propria epopea – Massud – aveva del resto sempre messo in guardia
contro la brigata internazionale, con cui aveva rifiutato ogni tipo di collaborazione.
Ed è l’epica avanzata di Massud a vincere la guerra contro l’URSS,
una guerra che il leggendario comandante avrebbe certamente vinto anche senza
gli «arabi afghani».
Il primo presidente mujaheddin dell’Afghanistan è Sibghatullah Mujaddedi
(1929-), un conservatore e non a caso il più autorevole esponente
della confraternita sufi Naqshbandiyya in Afghanistan. Il fondamentalista
neo-tradizionalista Rabbani diventa presidente nel 1993, con un governo a
forte presenza tagika e con Massud (che è di origine tagika) come
capo dell’esercito. Di fatto, Rabbani non riuscirà mai a controllare
l’intero territorio nazionale: le minoranze etniche diverse dalla tagika
sono tutte in rivolta, e l’area pashtun è spezzettata in piccole zone
ciascuna di fatto governata da un «signore della guerra» spesso
legato alla malavita e in genere rapace e violento.
Vicini al Presidente. Ma Clinton
Nel 1994 uno di questi comandanti locali fa rapire due ragazze del villaggio
di Singesar, nella provincia di Kandahar, e le violenta. Il mullah del villaggio,
Mohammed Omar (1959-), raduna trenta studenti (taliban) della sua piccola
madrassa (scuola coranica), libera le ragazze e impicca il comandante. Per
molti, è il segnale che è possibile ribellarsi ai «signori
della guerra» corrotti. Il successo di Omar, dopo diverse imprese dello
stesso genere, è fenomenale: lo sostiene il governo di Rabbani, che
pensa di utilizzare questi «talebani» nelle zone pashtun contro
i comandanti locali e contro i fondamentalisti radicali di Hikmatyar, che
riuscirà a conquistare Kabul e a diventare presidente per pochi mesi
nel 1996; soprattutto, punta su Omar il Pakistan, che diventa il suo principale
finanziatore. Grazie a questi aiuti – e a quello di Osama bin Laden, quando
nel 1996 torna dal Sudan – in due anni i talebani riescono a impadronirsi
del paese.
Il consenso popolare, all’inizio diffuso, evapora rapidamente – a causa della
rigidissima applicazione della legge islamica (spesso mischiata al codice
tradizionale pashtun), dell’oppressione delle donne, della discriminazione
contro i non pashtun e anche contro i pashtun che non sono durrani –; e la
guerra civile continua. Vi s’intersecano complesse questioni legate al traffico
di droga (che diversi dirigenti talebani dichiarano lecito purché
rivolto a un consumatore finale non islamico, così che l’Afghanistan
arriva a rifornire il cinquanta per cento del mercato mondiale dell’eroina),
e alla costruzione di oleodotti e gasdotti in territorio afghano, a proposito
dei quali si affrontano la multinazionale statunitense Unocal (già
Union Oil of California e, con buona pace di Michael Moore, assai più
vicina alla famiglia Clinton che non ai Bush) e l’ambiziosa società
argentina Bridas del finanziere di origine italiana Carlos Bulgheroni, che
nel 1997 cede peraltro il sessanta per cento del suo pacchetto azionario
all’altro colosso statunitense Amoco. La guerra civile, oleodotti a parte,
assume però un tono mistico e millenarista, quando – il 4 aprile 1996
– il mullah Omar si presenta ai suoi fedeli a Kandahar avvolto in una delle
più venerate reliquie dell’islam, conservata appunto a Kandahar ma
esposta al pubblico solo un paio di volte per secolo, il mantello del profeta
Muhammad, e si fa acclamare come emiro dell’Afghanistan (ma in realtà,
come a pochi sfugge, chi ha l’ardire d’indossare il mantello dichiara di
fatto di aspirare al ruolo di califfo dell’intero islam).
I talebani – con poche eccezioni, fra cui lo stesso Omar – non hanno combattuto
contro i sovietici, dunque chi ha sostenuto la resistenza anti-sovietica
non ha sostenuto i talebani. Questi si sono preparati piuttosto al dopo-invasione
studiando in Pakistan nelle scuole coraniche più puritane (la cui
ideologia peraltro non coincide perfettamente con il fondamentalismo, da
cui le ricorrenti tensioni con Osama), con l’intenzione esplicita di preparare
una classe dirigente alternativa e di rientrare forti in un paese stremato
da una guerra che essi non hanno combattuto. Quanto a Massud, vero vincitore
della guerra, Al Qa‘ida lo elimina il 13 settembre 2001: sa che l’Occidente,
con l’appoggio della maggioranza degli afghani, dopo l’11 settembre non avrebbe
esitazioni a riconsegnargli il paese. Il libro di Françoise Causse
Quand la France préférait les talibans : Massoud in memoriam
(Les Éditions de Paris, 2004) ci informa sul contributo dei servizi
francesi, che ne detestano le posizioni filo-americane e anti-arabe, all’assassinio
del vincitore dell’epopea afghana: un uomo che magari avrebbe saputo prendere
anche Bin Laden.
Amici delle «resistenze dimenticate», non vergogniamoci di avere
sostenuto la resistenza in Afghanistan. Non soltanto abbiamo contribuito
a far cadere l’Impero sovietico – un risultato per cui molti sacrifici sarebbe
valso la pena fare – ma abbiamo sostenuto il comandante Massud, musulmano
(se il termine ha un senso) «moderato», che ha lottato per un
Afghanistan senza comunisti, ma anche senza talebani e senza Al Qa‘ida, ammazzato
nel 2001 dai sicari di Osama (se si crede alla Causse, con qualche aiuto
parigino) e che solo ora sta forse per vedere coronato il suo sogno.