Una stampa malata di odio per
Bush che non racconta davvero Najaf
Se il Vaticano avesse taciuto durante l'assedio israeliano dei terroristi
palestinesi asserragliati nella basilica della Natività a Betlemme,
se nessuna gerarchia cattolica avesse preso posizione, sarebbe stato chiaro,
perfino ai giornalisti, che quel silenzio aveva un enorme peso politico.
Sarebbe stato evidente che quel tacere significava acconsentire all'operato
delle truppe israeliane ed esprimere una condanna per il gesto blasfemo dei
terroristi assassini che usavano lo scudo di un luogo sacro per garantirsi
l'immunità.
Com'è noto, così non fu.
Il Vaticano e la gerarchia cattolica si fecero sentire e non contro
gli assassini e blasfemi che stavano insozzando di escrementi la Basilica,
ma contro la decisione del governo Sharon di assediarli.
Per settimane invece, dal 5 agosto, ha taciuto, compatta, la gerarchia
sciita di Najaf, a fronte del cruento assedio dei miliziani sciiti di Moqtada
al Sadr che usano il Mausoleo di Ali come i loro colleghi terroristi palestinesi
usarono la Basilica della Natività.
Ma nessuno, men che meno i giornalisti, ha fatto mostra di comprendere
che cosa quel silenzio abbia significato.
I marine americani hanno sparato per settimane in tutta Najaf, sono
arrivati a 200 metri dal Mausoleo, presidiando il cimitero, l'aviazione ha
distrutto case.
Ma non una parola di condanna è venuta dal grande ayatollah al
Sistani, dagli altri ayatollah della Marjia, dagli ayatollah iracheni delle
altre città.
Hanno protestato, invece, gli ayatollah iraniani, gli Hezbollah e gli
ulema sunniti dei Fratelli musulmani.
Ma la loro protesta non ha trovato un seguace, uno solo, tra gli sciiti
iracheni.
Il quadro è inequivocabile: la gerarchia sciita è stata
solidale con l'azione delle truppe americane e del governo iracheno, non
vedendo l'ora di riavere il controllo di Najaf e dei luoghi santi e accettando
di trattare con Moqtada soltanto dopo che le sue milizie sono state pesantemente
indebolite dalle azioni militari americane e irachene.
Per questo, prima ha taciuto, poi ha organizzato una marcia su Najaf
contro il mullah ribelle e i suoi quaranta ladroni e non, come la stampa
afflitta dalla sindrome Michael Moore ha lasciato intendere, contro gli americani.
Si tratta, peraltro, di una gerarchia sciita che dall'aprile 2003 non
ha mai mancato di criticare il governatore americano Paul Bremer, di prendere
le distanze dalla Costituzione provvisoria, di emettere duri giudizi su singole
scelte del governo iracheno.
Il silenzio e poi la manifestazione derivano da una scelta di campo.
Il silenzio ha urlato, chiarito, spiegato.
Ma nessuno ne ha parlato, nessun giornale ne ha preso atto; nessun analista
ci ragiona sopra.
Lo stesso è accaduto per la vicenda delle chiavi del Mausoleo
d'Ali.
Repubblica ha pubblicato un'informatissima cronaca; ha spiegato con
date, nomi, particolari, buona scrittura, che Moqtada mandò suoi scherani
a sequestrarle con minacce di morte al custode già ad aprile (come
ha confermato il portavoce di Sistani).
Fornisce tutti i dati da cui si comprende che sin dall'inizio l'insurrezione
di al Sadr puntava anche al malloppo.
Delinea le caratteristiche di una banda di insorti che invece di farsi
dare tutte le chiavi del Mausoleo tranne quelle del Tesoro, come avrebbe
fatto un movimento politico serio, vuole solo quelle del Tesoro.
Ma poi Repubblica, come il Corriere, come gli altri grandi quotidiani,
non ragiona sopra questo fatto chiaro, drammatico, che consegna Moqtada alla
folta galleria dei banditi di popolo che insozzano ovunque nel mondo le storie
delle rivolte popolari ambigue, intrecciate con malavitosi e sacrileghi,
tanto forti e feroci quanto sterili politicamente.
Ogni giorno che passa i quotidiani di mezzo mondo spiegano che gli uomini
di Moqtada torturano i poveracci, cavano occhi ai poliziotti iracheni catturati,
mozzano le teste, rapiscono bimbi e mogli di esponenti politici sciiti per
obbligarli a schierarsi con loro, sequestrano con minaccia di decapitazione
dei santi uomini, degli ayatollah, tra i più vecchi e autorevoli.
Ma queste notizie nascono di cronaca e restano di cronaca.
Impera la sindrome Michael Moore.
Perché ragionare spassionatamente, liberamente, su tutti questi
elementi avrebbe solo un risultato: rovesciare tutti i luoghi comuni imperanti
sull'Iraq.
Scoprire che le truppe americane agiscono politicamente ? più
che militarmente ? bene, che la stessa gerarchia sciita le appoggia con il
suo diplomatico silenzio.
Vedere, sotto il sasso alzato dall'occupazione militare dell'Iraq, muoversi
i vermi di una società che sotto il regime di Saddam ormai era solo
un agglomerato di bande illegali che taglieggiavano il territorio, tenute
assieme dalla paura di un apparato familiare di terrore.
Che sono oggi quelle bande scatenate ? assieme ai più feroci
terroristi islamici d'importazione, che ieri hanno fatto strage a Kufa, e
alle trame dei pasdaran iraniani ? ad alzare la bandiera della "resistenza";
che Moqtada Sadr non è "l'alternativa sciita", ma un "omo de panza"
dei quartieri più malfamati di Baghdad, che si è posto a capo
di una rivolta ? eccitata da Teheran ? in cui il fanatismo religioso jihadista
ben si sposa con il furto sacrilego.
Ma tutto questo non si può dire, non si può pensare, perché
lo impedisce la sindrome Moore, che fa dell'invettiva anti Bush il dogma
inviolabile, che fa della "resistenza" irachena un monumento intoccabile,
che fa della difesa della propria pigrizia culturale un a priori assoluto.
Carlo Panella per il Foglio 27 agosto 2004