Verso “il punto di culmine”
Petraeus ha (ri)liberato l’Iraq e blindato i confini
Ora testa le mire dell’Iran
Il comandante spiega al WSJ la guerra: “Gli iracheni hanno capito che cosa
è al Qaida e le hanno voltato le spalle”
“Cala il flusso dei miliziani”
Roma. David H. Petraeus, comandante dei soldati americani nel nuovo Iraq,
si è lasciato sfuggire un passaggio eccezionale nell’intervista concessa
al Wall Street Journal due giorni fa: “Abbiamo una formula per stimare quanti
combattenti stranieri arrivano ogni mese. Pensiamo che ci sia stata una riduzione
di circa un terzo, forse anche di più, ma è un dato che otteniamo
per approssimazione basandoci sul numero degli attacchi suicidi, che spesso
sono opera di stranieri. La nostra intelligence dice che c’è una diminuzione
nel loro flusso”. Meno arrivi da fuori, meno attentati, meno stragi di iracheni.
La formula candida del generale spiega in un colpo solo quattro anni interi
di guerra in Iraq, tagliando fuori le discussioni – che pure in Italia ci
sono state e hanno occupato pagine di giornali – sulla “resistenza irachena”
e su da che parte fosse più accettabile pendere, se da quella dei
marine o da quella dei tagliatori di teste. Al Qaida è un’organizzazione
senza stato che, dopo l’intervento militare della Coalizione contro Saddam
Hussein nel 2003, ha trasformato l’Iraq nel suo campo di tiro. Ogni autobomba
è stata un messaggio ideologico e un successo di immagine, pagato
molto più caro dagli iracheni che non dagli americani. “Ora i sunniti
in Iraq guardano ad al Qaida per quello che è, un movimento ultraestremista
in stile talebano – dice Petraeus – e gli hanno voltato le spalle”. Tra i
fattori che hanno contribuito a indebolire i terroristi il comandante cita
anche accordi taciti con la Siria. Prima dalla frontiera con l’Iraq i volontari
passavano indisturbati. “Ora è molto più dura per un maschio
in età militare atterrare all’aeroporto di Damasco con in tasca soltanto
il biglietto di andata”.
Il secondo passaggio importante dell’intervista è quando il
generale racconta le promesse fatte ad alto livello dal governo di Teheran
a quello di Baghdad sulla questione delle forniture di armi, denaro e addestramento
alle milizie. Promesse che confermano esplicitamente la regia e il controllo
degli iraniani dietro a una parte delle violenze in Iraq. “Ci sono state
parole inequivocabili sull’appoggio esterno alle milizie, che cesserà.
Noi abbiamo qualche dubbio. Stiamo aspettando, francamente, di vederne le
prove”. Nella versione di Petraeus è stata la ferocia cieca di al
Qaida a provocare l’altro lato del problema iracheno: gli squadroni della
morte sciiti. “Certamente ha innescato violenze etnico-settarie orribili
e ha dato un pretesto alle milizie estremiste di parte sciita. Ma da quando
la prima minaccia è stata rimossa – ma ha una capacità di rigenerarsi
con cui dobbiamo misurarci – sta venendo meno anche il sostegno alle milizie
estremiste, perché si tratta fondamentalmente di gang, criminali violenti,
emotivi, rozzi e armati. La riduzione di questa minaccia è significativa,
anche se c’è ancora ”. Petraeus, che sa che ogni sua parola avrà
un impatto politico sulla data di rientro delle truppe a Washington, è
cauto: “Il progresso si accumula con il tempo. Non c’è un interruttore
della luce. La situazione irachena non scatta da cattiva a buona. Passa da
cattiva a meno cattiva”.
Il generale in congedo Robert Scales, ex comandante dell’Army War
College, è invece libero di parlare con meno cautele. Appena tornato
dall’Iraq, dove è andato a controllare a che punto è il piano
di Petraeus, dice che “in questa guerra potremmo presto raggiungere il ‘punto
di culmine’”. Il punto di culmine è quando il vantaggio passa da una
parte all’altra in modo così netto che il finale diventa irreversibile.
Il perdente può ancora infliggere perdite, ma ha perso ogni possibilità
di vittoria. “Come fu la battaglia delle Midway contro i giapponesi, o quelle
di El Alamein e Stalingrado contro i nazisti o Gettysburg nella Guerra civile
americana. La sola questione – dice Scales – diventa quanto ancora durerà
la guerra e quale sarà il conto finale del macellaio”.
Il generale dice che il punto di culmine è un fatto psicologico,
non fisico. “Tutti i comandanti con cui ho parlato a Baghdad mi hanno detto
che c’è stato un grande cambio di umore rispetto a febbraio, quando
Petraeus annunciò che avrebbero combattuto il nemico riprendendosi
la capitale dalle mani di al Qaida”. Il piano consisteva nello spingere i
soldati fuori da basi enormi e relativamente sicure per sparpagliarli tra
i quartieri più violenti. La presenza di questi avamposti temerari
funzionò, attrasse gli abitanti e li incoraggiò a passare informazioni
sul nemico. Per vincere la battaglia di Baghdad, Petraeus allargò
il perimetro di sicurezza al di fuori della capitale. A maggio dispose le
truppe in quattro “cinture” concentriche attorno alla città. I suoi
soldati riuscirono a sottrarre i paesotti satellite e la periferia all’influenza
di al Qaida, e a strozzare così il passaggio di rifornimenti: compresa
“la via delle autobombe”, che da officine esterne faceva arrivare i mezzi
fino nel cuore di Baghdad. Per Scales, uno dei momenti decisivi fu giugno.
“Il nemico fece un errore. Sentendo di perdere a Baghdad, si spostò
a Baquba”, che la propaganda zarqawista indicava come “la capitale dello stato
islamico dell’Iraq”. Era l’ultima occasione di mantenere i collegamenti con
la capitale. Gli americani risposero con l’operazione Arrowhead Ripper. Alla
fine di luglio, l’arroccamento a Baquba si rivelò un errore strategico:
al Qaida fu costretta alla fuga, senza più nascondigli e appoggio
popolare, e con molti dei suoi leader catturati o uccisi. Negli spazi aperti
dei deserti del nord, come dimostra l’ottimo bilancio di ottobre, i combattenti
di al Qaida sono diventati facili bersagli per le incursioni delle Forze
speciali. Il punto di culmine, mette in guardia Scales, non è stato
però ancora raggiunto sul piano politico. “Ci vorrebbe la stessa urgenza
di cui sono stati capaci i generali Petraeus e Ray Odierno per riunire la
nazione e tirarla indietro dal bordo dell’annientamento”.
Persino Repubblica
Il problema politico è lontano dalla soluzione. Petraeus si
dice scontento, perché il governo sciita ancora non si occupa a tempo
pieno della sicurezza nelle zone sunnite e per ora non concede un’amnistia
generale agli ex funzionari del partito Baath, che permetterebbe loro di
tornare a lavorare in ruoli pubblici. Anche i giornali liberal americani
si accorgono degli spettacolari miglioramenti in corso nel paese. Anche se
alcuni con un certo ritardo. In fondo, ogni autobomba che esplode in Iraq
è un colpo ben assestato contro la politica estera di Bush.
Ieri Repubblica ha tradotto un reportage del giornale liberal per
eccellenza, il New York Times, che racconta una Baghdad dove – dall’arrivo
di Petraeus, dieci mesi fa – la situazione della sicurezza è completamente
cambiata in meglio. Però il quotidiano di Largo Fochetti dimentica
di tradurre un paio di passaggi importanti. Rimediamo noi: “Per la prima
volta in due anni, la gente si muove libera per la maggior parte della città.
Dopo più di cinquanta interviste fatte in tutta Baghdad, diventa chiaro
che, anche se ci sono ancora zone interdette, gli iracheni fanno la spola
tra aree sciite e aree sunnite per lavoro, shopping o per andare a scuola,
qualcuno anche quando viene buio. Nei quartieri più stabili di Baghdad
le donne laiche vestono come piace a loro. Le bande che accompagnano i matrimoni
suonano di nuovo in pubblico e in un pugno di negozi di liquori una volta
chiusi i clienti fanno la fila fregandosene collettivamente dei vigilantes
dell’esercito del Mahdi”. Eppure fino a poco tempo fa il corrispondente americano
di Repubblica, Vittorio Zucconi, definiva il piano Petraeus così:
“Lasciare che le tribù arabe si scannino tra loro”; il rapporto del
generale davanti al Congresso “un intervento di make up”, e l’arrivo di Bush
nella provincia pacificata di al Anbar “un atterraggio in mezzo al deserto”.
Daniele Raineri