Violante, Caselli ed il Centrodestra
A ragione o a torto Luciano Violante costituisce il simbolo vivente della
giustizia politicizzata. Quella che persegue Edgardo Sogno e che ispira,
guida e cavalca la cosiddetta rivoluzione giudiziaria, diretta a liquidare
l’intera classe dirigente dei partiti democratici con la sola ed accorta
eccezione dei dirigenti dell’ex partito comunista e delle correnti democristiane
schierate a sinistra. Non a caso Violante abbandona la toga per essere cooptato
immediatamente al vertice del Pci prima, del Pds poi e dei Ds successivamente.
E per questa sua storia particolare diventa agli occhi di una parte consistente
dell’opinione pubblica del paese il capo del “partito” dei giustizialisti
di sinistra. Sempre a ragione od a torto Giancarlo Caselli appare come il
principale emulo di Violante come rappresentante della giustizia politicizzata.
Il magistrato piemontese non rinuncia alla toga per assumere un qualche ruolo
politico. Ma fa molto di più. Diventa il principale e più infaticabile
banditore della teoria secondo cui la lotta alla mafia può risultare
efficace solo se sostenuta da un forte consenso popolare. Ed in nome (ed
anche a causa) di questa convinzione che costringe il magistrato ad uscire
dagli uffici giudiziari per assumere un ruolo pubblico identico a quello
dei politici, indirizza l’impegno antimafia della procura di Palermo nella
identificazione del famoso terzo livello mafioso. Grazie a questa sua azione
che lo porta a perseguire penalmente i personaggi di spicco della Prima e
della Seconda Repubblica, da Giulio Andreotti a Marcello Dell’Utri, l’attuale
procuratore della Repubblica di Torino diventa agli occhi di una larghissima
fetta di opinione pubblica il principale rappresentante dell’uso politico
della lotta antimafia. Ora i partiti della sinistra hanno lanciato una pesantissima
offensiva diretta a far eleggere dal Parlamento Luciano Violante alla Corte
costituzionale e nominare dal Consiglio superiore della magistratura Giancarlo
Caselli come successore di Pier Luigi Vigna alla direzione della superprocura
antimafia. Il progetto della sinistra è fin troppo esplicito. Considera
Violante e Caselli come i migliori “cavalli di razza” della propria scuderia
politico-giudiziaria. E tenta con ogni mezzo, sia con le buone (le trattative
di Fassino con Letta), sia con le cattive (le intimidazioni a Vigna ed all’altro
candidato all’Antimafia Piero Grasso), di piazzarli in due snodi istituzionali
di primaria importanza. Ma se è vero che un magistrato non deve solo
essere ma anche apparire equanime ed al di sopra delle parti, è chiaro
che il posto di Violante non può essere la Corte costituzionale e
quello di Caselli non può essere il vertice dell’Antimafia. Agli occhi
di mezzo paese questi due personaggi rappresentano l’esatto contrario della
equanimità e della terzietà. Sono uomini di grandissima notoriertà,
ma di una notorietà di parte, di una sola parte. E se mai dovessero
entrare a far parte di istituzioni così delicate come la Consulta
e la Superprocura Antimafia la loro fama rischierebbe di far assumere anche
a queste istituzioni una coloritura di parte. Violante e Caselli sono troppo
esperti ed intelligenti per non capire che le loro candidature comportano
un simile rischio. Cioè la sfiducia della maggioranza degli italiani
nei confronti delle istituzioni. Se vogliono scongiurare un simile pericolo
non debbono far altro che rinunciare alle poltrone offerte dalla sinistra.
Per aiutarli, comunque, è bene che il centro destra contrapponga alla
offensiva politica della sinistra una battaglia altrettanto decisa. Quella
contro i giustizialisti nelle istituzioni.