Roma - Niente archiviazione per Antonio Di Pietro, accusato di truffa,
falso e appropriazione indebita per i rimborsi elettorali all'Italia dei Valori.
Il gip di Roma vuole vederci chiaro e ha così deciso, al termine dell'udienza
camerale, di prendere tempo e non accogliere la richiesta del pm. La decisione
ha forse sorpreso il ministro, presente a sorpresa in tribunale per rendere
«spontanee dichiarazioni», ma non l'uomo che ha trascinato in
tribunale il ministro, Mario Di Domenico, socio fondatore e fino al 2003 segretario
di Idv, convinto che i fatti da lui rivelati configurino un reato e non semplicemente
una discutibile condotta, così come affermato dal pm prima di chiedere
l‚archiviazione. Il «caso Di Pietro» sembra ruotare tutto intorno
al giallo di un verbale che reca la data del 31 marzo 2003. Quel giorno i
tre soci del «partito del gabbiano», Di Pietro, Di Domenico e
l‚onorevole Silvana Mura (tesoriera dell'Idv e anch‚essa sotto inchiesta)
si sarebbero ritrovati a Busto Arsizio per approvare il bilancio, indispensabile
per accedere al rimborso elettorale. Su una copia di quel verbale, presentato
in tribunale dall'Idv, compaiono le firme di tutti i presenti. Ma Di Domenico,
e questo è il punto centrale dell'intera vicenda, ha dichiarato che
in quella città non ha mai messo piede e che quindi la sua firma in
calce alla fotocopia del documento è falsa.
Per conoscere la verità basterebbe prendere l'originale del verbale
d'assemblea senza accontentarsi della fotocopia, che per di più, ha
spiegato il legale di Di Domenico, Roberto Ruggiero, è senza data.
Ma la procura, ad oggi, quell'originale non lo ha mai acquisito. Delle due,
l'una: o qualcuno ha falsificato l'atto, oppure ha mentito Di Domenico. Se
fosse vera questa seconda ipotesi, perché il denunciante non è
stato incriminato per calunnia? Per il pm, invece, non ci sono dubbi. Il giallo
del verbale non è stato sufficiente per chiedere il rinvio a giudizio
dell'ex magistrato, anche per via della «rilevata conflittualità
estrema che ispira l'attuale esponente».
Poco importa, dunque, che i fatti siano veri o falsi, e che questi fatti
abbiamo portato all‚approvazione di un bilancio prodromica all‚incasso di
soldi pubblici. Ciò che conta è l'eccessivo coinvolgimento emotivo
di Di Domenico. Ma al giallo del verbale si aggiunge la rapidità con
cui il pm ha chiesto l'archiviazione (10 gennaio 2007) dopo aver iscritto
sul registro degli indagati Di Pietro appena una settimana prima (2 gennaio).
Poco tempo per accertare la verità dei fatti - come evidenzia l'avvocato
Ruggiero -, ma quanto basta per convincere la pubblica accusa a chiedere di
mettere una pietra sul caso.
L‚ex pm ieri s'è presentato in tribunale per esporre la sua versione
dei fatti. Prima di entrare nel merito ha sottolineato che il suo è
un «grido di dolore» contro gli attacchi a scopo politico orchestrati
dalla stampa vicina a Berlusconi. Poi ha aggiunto di aver consegnato una serie
di documenti che costituiscono «la prova provata dell'insussistenza
dei fatti». L'ex eroe di Mani Pulite ha anche affermato che forse può
aver commesso qualche errore, e che se tornasse indietro qualcosa non la rifarebbe,
ma che non c'è nulla di penalmente rilevante a suo carico.
Non la pensa così proprio Di Domenico, che due giorni fa, intervistato
da Radio Radicale, ha spiegato che quella firma falsa posta in calce all'approvazione
del bilancio dell'Idv, potrebbe configurare il reato di falso ideologico.
L'ex socio di Di Pietro ha anche raccontato che nel 2004, senza preavviso,
è stato rimosso dal partito risultando anche decaduto dalla qualità
di socio. Il 20.12.2003, racconta ancora Di Domenico, l'ex pm si reca dal
notaio per dichiarare decaduti gli altri due soci, rimanendo così socio
unico dal 20 dicembre fino al 26 luglio 2004, cioè per sette mesi
e sette giorni.
Ebbene, secondo l'avvocato, la legge stabilisce che se una compagine associativa
rimane con un socio unico per più di due mesi, è dichiarata
estinta. Quanto all'ipotesi di truffa, Di Domenico si chiede «in che
modo Di Pietro, come socio unico della società di capitali Antocri
abbia potuto acquistare, in due anni, 21 vani immobiliari al centro di Milano
e di Roma, per un costo vicino ai due milioni e mezzo di euro». Da qui
il sospetto del denunciante che quegli immobili siano stati acquistati stornando
i soldi dal rimborso elettorale, anche perché «Antocri è
una società sotto capitalizzata con soli 50mila euro in cassa».