Bossi e il veterinario La «gaffe» illiberale
della teologa Zarri
di Pierluigi Battista
Cioran sosteneva che il liberalismo costituisce «una sfida ai
nostri istinti», un doloroso «difetto di energia». Disciplinati
e strutturati secondo un sistema di regole condivise, il liberalismo
e la democrazia devono contare su una «rinuncia», un farsi
violenza, un affievolimento delle pulsioni più vere per arginare
la «volontà di distruggere» il nemico. Nella democrazia
temperata dagli imperativi liberali il nemico si trasforma infatti in
avversario che deve essere rispettato, ma questo mutamento comporta un
sacrificio dei desideri più profondi. Contare le teste anziché
tagliarle presuppone una capacità di astrazione che costringe
a sublimare l'aggressività. E, in fondo, quando Churchill osservava
che la democrazia è il sistema peggiore eccettuati tutti gli altri
non faceva che constatare l'irrimediabile povertà emotiva di
un modo di regolare i conflitti che smentisce e rovescia millenni di
storia e appare addirittura, è sempre Cioran a parlare, «innaturale».
L'Italia è arrivata molto tardi all'appuntamento con la
democrazia liberale ed è gravata da un passato ideologico in cui
il nemico non era ancora un avversario e anzi andava per lo meno annichilito
moralmente, se non annientato fisicamente. Il nemico non può
essere rispettato, ma maltrattato. E la rinuncia deve essere davvero fonte
di indicibili sofferenze intellettuali se persino una teologa dall'aspetto
mite e dagli ideali generosi si sente in obbligo di paragonare il
«nemico» ammalato a un animale (come riferisce il Corriere
a pagina 6). Ecco che cosa scrive infatti Adriana Zarri sul Manifesto:
«Bossi è riapparso in pubblico ed è stato evidente
il suo decadimento fisico. Ben comprensibile perché, per errore, è
stato curato da un medico. Serviva invece un veterinario». Studiosa attenta
del pensiero religioso, critica sottile di quelle che, da cattolica di
sinistra incline all'intransigentismo, considera derive integraliste
della Chiesa romana, la Zarri ritiene del tutto ovvio che nell' ambito
del giudizio politico si possa scivolare nella rozzezza ultimativa e
becera che invece apparirebbe del tutto censurabile nelle atmosfere rarefatte
della riflessione teologica. Se detesta Bossi al punto di trattarlo
come un bestione da affidare alle cure del veterinario anziché
del medico destinato agli esseri umani, non è nemmeno sfiorata dal
sospetto che l'animalizzazione dell'avversario politico, la sua riduzione
a entità in senso stretto subumana, non è solo una gaffe
sul piano stilistico ma l'eco di una temperie morale pre-democratica
in cui ampie porzioni dell'umanità venivano comisiderate immeritevoli di
accedere alla democrazia fondata sul principio «una testa, un voto»:
è molto difficile far votare una
mucca, un maiale, un moscerino.
Esagerazioni? Per carità, sarebbe esagerato e persino grottesco
comparare la sgradevole battuta di Adriana Zarri alla propensione lessicale
di tiranni novecenteschi come Lenin e Hitler (studiata da Luciano Pellicani)
a bollare i «nemici» di classe e di razza per poi bollarli come
molesti «insetti» da sterminare. Anche Orwell, del resto,
nella Fattoria degli animali, raffigurò Stalin nelle fattezze
di un maiale inebriato dalla presunzione di essere l'animale «più
uguale» degli altri. Però la radice profonda di una diffusa
inclinazione italiana (a destra come a sinistra) a trattare gli avversari
non concedendo loro un minimo di rispetto umano forse ha a che fare con
i residui di un tribalismo politico letteralmente incompatibile con
le forme e i costumi di una democrazia bipolare: è umanamente
possibile accettare di farsi governare da un animale, ancorché
democraticamente eletto?
dal Corriere della Sera del 26 settembre 2005, pag. 26