Autore: VITTORIO ZUCCONI
Testata: REPUBBLICA
Del: 31/01/2005
Tragico se l'esito del voto in Iraq fosse il nulla osta per altre guerre
WASHINGTON - George W. Bush, "the fortunate son", il figlio fortunato, ha
vinto la sua seconda elezione in tre mesi e «si congratula con gli
iracheni», per dire in realtà che si congratula con se stesso.
Il 2 novembre 2004 è stato eletto presidente degli Usa, al prezzo
di 500 milioni di dollari. Ieri, ha sconfitto per interposto popolo gli avversari,
i cinici, gli scettici e le autobombe, al prezzo di migliaia di vite e di
almeno 250 miliardi di dollari.Ma ha vinto. Lontanissima, ma visibile, si
intravede una luce alla fine del tunnel. «Gli iracheni hanno ripreso
il controllo del loro futuro», le elezioni sono state «uno squillante
successo», ha proclamato un Bush giustamente compiaciuto in un breve
discorso alla nazione e se le percentuali d´affluenza, come la distribuzione
dei voti nel pulviscolo proporzionale dei partiti per la costituente, sono
affidate da oggi alla magia dello spoglio e alle manipolazioni propagandistiche,
quelle file di donne nei loro bozzoli neri, quei gruppi di uomini eccitati
per la loro prima avventura di cittadini, sono state la smentita più
netta e commovente a tutte la cassandre e ai profeti dell´odio che
volevano accreditare l´idea d´una incompatibilità genetica
o culturale tra l´Islam e la democrazia elettorale. L´equazione
fra Islam e terrorismo si è rivelata, se ce ne fosse stato bisogno,
falsa. Ovunque porti quello che è accaduto ieri nell´ex impero
di Saddam, e il tunnel è lungo, la luce fievole, Bush ha ragione,
da questa «svolta storica» non si tornerà più indietro.
L´Iraq, una grande, fondamentale nazione araba e musulmana, il santuario
degli sciiti, ha «respinto l´ideologia del terrore». In
questo senso, l´uso e l´abuso dell´aggettivo «storico»
al quale i media americani e soprattutto le tre network via cavo e satellite,
la Fox di Murdoch, la Cnn di Turner e la Msnbc di Bill Gates, si sono aggrappati
per l´intera notte e mattinata di dirette dall´Iraq, tra bombe
e trincee di cemento, è giustificato. Un disastro umano e una diserzione
in massa dai seggi, come erano stati promessi dai guerriglieri e previsti
dai fautori del "tanto peggio tanto meglio" in chiave antiamericana, sarebbero
state la pietra tombale sull´intera operazione Iraq. Avrebbero seppellito
una presidenza Bush che su questo colpo di dadi si è giocata ? e ancora
si gioca ? tutto. Il 43° presidente americano non sarà ricordato
dalla storia per avere ridotto le tasse o riformato la previdenza sociale,
se ci riuscirà, cosa che molti altri fecero prima di lui. Bush è
l´Iraq. Bagdad sarà la sua Gettysburg o la sua Beresina. Inutile,
e irrilevante, il commento di John Kerry, l´avversario sconfitto nelle
presidenziali, quando ricorda l´ovvio, «che il difficile viene
adesso». Si capisce quindi non il sospiro, ma il grido di sollievo,
che sin dall´alba il nuovissimo segretario di Stato, la dottoressa
Rice, ha lanciato attraverso comunicati, agenzie di stampa, televisioni in
notturna continua, «è andata meglio di quanto ci aspettassimo!».
La macchina della propaganda washingtoniana, vestita con i panni dell´informazione
accettata acriticamente, era stata assai abile nell´accreditare il
sospetto di un probabile disastro, nel giocare quella essenziale partita
politica che si chiama "il gioco delle aspettative". Prevedendo il peggio,
sventolando le minacce del nuovo fantomas della guerriglia, quell´Al
Zarqawi che ha sostituito Bin Laden nella incarnazione del Male e sparava
comunicati che confermavano l´opposto di quello che sostenevano, aveva
intimato a tutti gli Iracheni di non votare e qualsiasi risultato? si era
accreditata ufficiosamente la cifra del 30% di votanti ? sarebbe stato un
successo. Nella esclamazione di Condoleezza Rice si sottolinea infatti non
un dato assoluto, ancora sconosciuto, ma il dato relativo delle "aspettative".
Ma se l´analisi ha il dovere di ricordare che tutta la comunicazione
che viene, o ruota, attorno all´affare Iraq è sospetta, tra
psy-ops, operazioni di guerra psicologica e dopo le ignobili panzane delle
armi devastanti, la giornata di ieri è stata, o può essere
venduta dagli agit prop, come quella giornata di sole che la Casa Bianca
voleva, dopo due anni di tunnel. È stata l´imbocco, non ancora
l´uscita, di quella "svolta" necessaria per cambiare il corso dell´occupazione
e per cominciare a pensare realisticamente all´"irachizzazione" del
conflitto e dunque al rientro degli occupanti. E dunque la domanda centrale,
in attesa di qualche dato meno malleabile e fasullo di quelli proposti inizialmente
dalla commissione elettorale irachena, è sapere come Bush, Cheney,
Rumsfled, il "graziato" che avrebbe perso il posto se quella di ieri fosse
stata una "bloody sunday", una domenica di sangue e il circolo di pretoriani
bushisti che formano la nuova amministrazione, leggeranno questo embrione
di democrazia. Se hanno ragione gli ottimisti, come il columnist conservatore
David Brooks ha scritto sul New York Times sabato scorso, il grido di sollievo
può segnalare, "l´inizio del secondo atto per George Bush",
il passaggio dalla hardline, dalla linea dura cara alla destra neocon, al
soft power, al ritorno della politica, della diplomazia, del multilateralismo
e dunque al realismo, che è l´opposto, ma anche il complemento,
dell´idealismo, i due poli tra i quali sempre oscilla il pendolo della
strategia americana. I pessimisti, ascoltando Newt Gingrich, il campione
della destra dura e pura tornato alla ribalta spiegare che queste elezioni
«c´impongono di intensificare la nostra presenza in Iraq e continuare
a spingere le frontiera della democrazia», temono che questo scampato
pericolo, questa nuova vittoria elettorale di Bush, eccitino ancora di più
gli appetiti degli interventisti e stimolino gli ideologi della "democrazia
da esportare" a costo di vite altrui, puntando i loro occhi su Iran o Siria
o Arabia Saudita o le altre "non democrazie" scandalose, perché non
conformi agli interessi americani. Le reazioni di Bush, cioè del solo
che davvero conti in mezzo al coro di realisti, di idealisti e di generali
sempre più inquieti per il logorio delle forze armate, sono, come
fu il suo discorso di investitura, ambivalenti. Possono essere lette come
un richiamo a nuove avventure o come un invito a riflettere e incassare senza
sperperare, lasciando l´Iraq agli Iracheni, ora che sembrano aver dimostrato
una insperata maturità politica e hanno «preso in mano il loro
futuro». Tra pochi giorni, nel suo primo discorso sullo Stato dell´Unione
del secondo mandato, avremo qualche indicazione più concreta, perché
quello deve sempre essere un discorso programmatico, e non un esercizio di
retorica. Se è giusto che oggi il "figlio fortunato" possa vantarsi
di essere stato non solo fortunato, nella sua ostinazione, e di avere dato
a milioni di iracheni «a taste of democracy», un antipasto di
democrazia e un dito per tracciare il proprio futuro, sarebbe tragicamente
ironico se i falchi vincessero a Washington. E leggessero, nella voglia disperata
di pace che il voto iracheno ha espresso in molte zone del paese a rischio
della vita, il nulla osta per lanciare invece altre guerre.